2021: vi prego, non torniamo alla normalità

01.01.2021

@piercamillo


Inizia il 2021, l’anno 2 del dopo Covid. Sperare che sia un anno normale è una mera illusione. Ma poi, la normalità pre Covid era forse un Eden? Con questo primo articolo sul nuovo anno, inauguro un piccolo spazio (non) personale di riflessioni e commenti, di parole spero usate a proposito e di sogni spropositati. C’era bisogno che pure Falasca aprisse un suo blog? No. Infatti non siete tenuti a leggerlo.



Può l'anno appena terminato essere considerato the worst year ever, il peggior anno di sempre, come apparso sull'ultima copertina del Time? No, non può. "Senza nulla togliere alla grande sofferenza che ha portato, (...), pensare di poter scrivere sulla copertina di un magazine così importante di aver vissuto il peggior anno di sempre significa avere una concezione davvero distorta della storia dell'umanità, perfino di quella che potrebbero raccontare milioni di anziani ancora in vita". Lo ha scritto il mio amico Stefano Leanza, e credo che abbia ragione da vendere. Non sto tornato alla solita manfrina del divano a cui saremmo stati costretti, mentre i nostri nonni erano stati mandati al fronte. Parlo dello straordinario avanzamento tecnologico e scientifico della società in cui viviamo, che ha permesso di iniziare a dicembre una campagna vaccinale per un virus scoperto solo a gennaio e isolato a fine febbraio. Persino il giovane ricercatore alieno che sul suo pianeta osserva la vita sulla Terra per farne una tesi di dottorato sarà rimasto impressionato da questo salto quantico. In Italia siamo inevitabilmente distratti dalle nostre miserie (il dramma di chi ha perso il lavoro, i conti pubblici disastrati, la farsa di un governo mediocre tra banchi a rotelle e bonus rubinetti...), ma l'umanità ha dato nell'ultimo anno una prova straordinaria e inedita di sé.

Per la prima volta nella storia la civiltà dell'homo sapiens ha scelto - potendo scegliere - di privilegiare la vita dei suoi singoli al benessere indistinto della specie. Non è stata una scelta banale né scontata. Nel regno animale, si tende spesso e ad abbandonare gli esemplari più deboli in nome del gruppo. Ci sono specie animali per le quali la vita dei singoli è fisiologicamente sacrificata alla sopravvivenza della specie o alla riproduzione. "Chiudere il mondo", con un lockdown che in alcuni momenti ha riguardato contemporaneamente miliardi di persone sul pianeta, è stata una scelta innovativa per l'umanità, costosa e drammatica, che ha cambiato in modo profondo l'ordine delle priorità. E' stata una scelta redistributiva, dai più forti (che sarebbero in ogni caso sopravvissuti alla pandemia) ai più deboli. Dopo le grandi ondate di peste, come la Peste Nera del Trecento o quella "manzoniana" del Seicento, i superstiti beneficiarono della morte di così tante persone. La maggiore disponibilità di terra ne abbattè il valore permettendo la diffusione della proprietà, la scarsezza di manodopera accrebbe i salari e ruppe gerarchie prima rigidissime. 

Quanto avremmo alleggerito il peso del nostro debito pubblico se avessimo lasciato morire milioni di anziani pensionati sotto la scure del Covid? Se lo avessimo fatto, o anche solo pensato, avremmo però rotto un patto sociale che - pur in modo precario e ambiguo - garantisce la pace e consente ai più giovani di credere che, quando saranno vecchi, qualcuno si occuperà di loro come oggi ci occupiamo dei più anziani. Senza quel patto, non esisterebbe alcun ordine sociale e statuale, se non quello basato sulla forza e sulla prevaricazione (come pure accaduto per secoli). Insomma, ragionando su tutto questo, possiamo ancora pensare che il 2020 sia stato il peggior anno di sempre?

E' stato un anno durissimo, senza dubbio. E il 2021 lo sarà ancora di più, perchè la diffusione del vaccino sarà graduale (e in Italia, temiamo, più lenta che altrove) e perché disoccupazione, povertà e fallimenti aziendali saranno più aggressivi del virus, indipendentemente da quanto potranno fare le casse degli Stati e la zecca della BCE. Non torneremo magicamente alla normalità, né quando l'anno finirà la pandemia sarà un lontano ricordo. Dovremo ancora resistere e adattarci, fiduciosi sul futuro più che sul presente. Se incapperemo nuovamente nell'errore di rimuovere psicologicamente la pandemia, come accaduto nell'estate del 2020, non faremo altro che allungare ancora di più le sofferenze.

Non torneremo alla normalità, insomma. Ma vogliamo davvero tornare alla normalità del pre-Covid? Era quello il nostro Eden? Io ricordo un mondo dominato dal populismo in Italia, con un'Europa ammalata di un nuovo nazionalismo, la cui miopia ha peraltro reso deboli e scoordinate le risposte dei singoli Paesi al virus. Ricordo gli Stati Uniti guidati da quel sovranista di Trump, che avrebbe forse rivinto le elezioni senza il Covid. Penso al razzismo sempre meno dissimulato. Nella primavera del 2020, gli Stati membri della UE litigavano per la distribuzione delle mascherine. A dicembre dello stesso anno, la Commissione UE ha acquistato o prenotato centinaia di milioni di dosi di vaccino da distribuire equamente tra gli Stati. Un salto di qualità profondo, una presa di coscienza della interdipendenza da cui francamente non conviene tornare indietro. Oggi discutiamo di una legislazione adeguata al lavoro agile o dell'insensatezza di muovere quotidianamente e rigidamente da casa a ufficio centinaia di milioni di lavoratori del settore terziario, temi che già occupavano il dibattito di giuslavoristi e urbanisti, ma non della politica e dei media mainstream. Lo smartworkng è qui per restare, con effetti profondi e anche positivi sull'aspetto delle nostre città, sul rapporto tra metropoli e piccoli borghi, sui sistemi di trasporto e sulle emissioni inquinanti, sulla gestione del tempo libero. Si riflette ora sull'importanza di investire nella qualità della vita e sui sistemi sanitari in modo più concreto e percepito dall'opinione pubblica di quanto realmente accadesse in passato. C'era un mondo, prima del Covid, in cui non davamo al rischio di una pandemia l'importanza che questo già avrebbe dovuto avere, come segnalava inascoltato Bill Gates nel 2015. Siccome la prossima pandemia non ci farà la cortesia di attendere troppo (c’è chi scommette sulla febbre gialla), i nostri tempi di reazione saranno (si spera) più rapidi, tanto da ridurre i danni alla salute e all'economia.

Infine, ha davvero senso augurarci che tutto quanto accaduto sia stata solo una brutta parentesi prima di tornare a lo de siempre? Dov'è finita la nostra umanissima e sana aspirazione a distruggere le cose vecchie per crearne di nuove? L'augurio migliore che possiamo farci - sostengo io, inaugurando questo blog - è che questa pandemia produca una spinta all'evoluzione sociale e tecnologica paragonabile alle grandi epidemie della storia europea. Riuscirci senza aver messo sul piatto della bilancia molti milioni di morti è quel che non farà affatto ricordare il 2020 come il peggior anno di sempre.


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