Ai giovani solo le briciole del NextGenEU? #Unononbasta

02.01.2021

@piercamillo

Si chiama Next Generation EU, ma dovrebbe più propriamente chiamarsi Next Marchetta Italì.

Alle politiche per la next generation, i giovani, il governo Conte destina solo le briciole: secondo le stime circolate negli ultimi giorni di dicembre, su 196 miliardi di euro totali previsti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, le misure per i giovani e le politiche del lavoro cubano solo 2,8 miliardi, poco più dell'uno per cento del totale. Cifre risibili, se paragonate ai 55 miliardi di bonus e bonusetti vari, o se confrontati con le spese multimiliardarie degli ultimi anni per il reddito di cittadinanza o per Quota 100. Persino al famigerato cashback viene destinato di più: 5 miliardi. Nei prossimi giorni probabilmente le forze di maggioranze proveranno a mettere qualche pezza qui e là, ma saranno interventi minimali che non cambieranno la struttura del piano. 

E' un'ingiustizia intollerabile. E' la cartina al tornasole di quanta poca importanza sia riservata da chi ci governa all'equità intergenerazionale. Eppure i giovani stanno pagando più di tutti il prezzo della crisi e del lockdown. La generazione che meno avrebbe rischiato di morire o di ammalarsi gravemente di Covid è anche quella che ha accettato di pagare un prezzo economico e sociale enorme, in termini di aumentata disoccupazione, precarietà e inattività. "Non vi lamentate, vi è stato solo chiesto di stare sul divano", dicono i boomer ai ventenni: si sono talmente calati nella parte dei depositari della memoria storica che quasi ragionano come se loro avessero vissuto una guerra e patito la fame.

C'è un dato ulteriore e sconfortante: dei 2,8 miliardi destinati alle misure per i giovani, 1,9 miliardi sono per le politiche attive e 0,9 miliardi riguardano il servizio civile universale. Un terzo di quell'un per cento, praticamente. Ora, nessuno mette in discussione l'importanza dell'esperienza del servizio civile, ma se esso viene usato - perché questo accade - come sostitutivo di un lavoro che non si trova o di un salario dignitoso che non c'è, allora si continuano a sperperare risorse che andrebbero utilmente destinate alle vere politiche attive per il lavoro.

L'Italia ha una quota di Neet - cioè di giovani che non lavorano, non studiano e non si stanno formando - del 20,7 per cento del totale, contro una media dell'11,7 per cento UE. Quel che è peggio, la laurea è una condizione che solo marginalmente migliora le cose: tra chi la possiede, i Neet restano il 19,5 per cento. E' questo dato, tra le altre cose, quello che fa perdere credibilità alla formazione universitaria. "La laurea non serve a nulla", "ci sono troppi laureati", e via discorrendo.

Molti giovani restano intrappolati in una condizione di nullafacenza da cui uscire diventa ogni giorno più difficile, soprattutto se vivi in realtà di provincia dove le case di proprietà abbondano e le pensioni della nonne consentono di fare l'adolescente perenne. Per questi giovani, la politica italiana non sa concretamente cosa fare perché non ha le leve culturali per affrontare il problema: nel Paese delle mancette e del reddito di cittadinanza, nessuno sa immaginare politiche sul lato dell'offerta capaci di valorizzare concretamente il capitale umano, di stimolare la creatività, l'autoimpiego e l'imprenditorialità.

È nata qualche giorno fa una petizione perché l'uso italiano delle risorse del Next Generation EU non sia un'occasione sciupata: #Unononbasta, l'uno per cento non basta. Vi invito a sostenerla. I promotori stanno anche elaborando proposte specifiche e puntuali, che i partiti di maggioranza farebbero bene a leggere e fare proprie. Chiedono che alle misure per il lavoro e la formazione professionale dei giovani sia destinato il 10 per cento del totale.

Io ho appena firmato,.fatelo anche voi.


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